Protocollo Figc: l’esperienza del Canelli, un’eccellenza dell’Eccellenza piemontese

Foto di repertorio

da Sprintesport.it a cura di Claudio Verretto (leggi qui l’articolo completo)

Da una parte l’attività dei club, soprattutto quelli di Eccellenza e Serie D, che in questi primi giorni di agosto si vanno via via radunando per prepararsi alla prossima stagione, dall’altra un Protocollo Figc che cerca di far ripartire l’attività dei dilettanti in sicurezza (ne abbiamo parlato in un articolo ieri che trovate a questo link). Due cose che devono giocoforza trovare un punto di incontro perché se non si apre in sicurezza, e quindi non si ha come punto focale la salute di tutti, non si va da nessuna parte. Per capire le difficoltà, e valutare i costi, siamo andati in casa del Canelli San Domenico Savio, società astigiana che milita nel campionato di Eccellenza regionale piemontese, questa la loro esperienza.

«Incominciamo con il dire che è stato faticoso e complesso e che non si sarebbe potuto concretizzare senza la preparazione del nostro medico, Alberto Gregoletto – attacca Dario Calemme, Direttore responsabile della squadra – ma solo così il calcio può ripartire». Un lavoro per la verità iniziato prima ancora che venisse pubblicato il Protocollo Figc: «Sì, ma già le norme emanate dalla Regione Piemonte ci hanno permesso di fare almeno il raduno. Poi ci siamo dotati di un protocollo che, leggendolo ora quello della Figc, è andato anche oltre la nostra categoria, ma preservare la salute dei nostri atleti è una priorità per questa società».

In concreto cosa avete fatto. «Ci siamo intanto preoccupati di fare uno screening completo a tutti gli atleti e a tutto lo staff – prosegue Dario Calemme – quindi come prima cosa abbiamo fatto il test sierologico a tutto il gruppo». Un primo passaggio fondamentale se si vuole mettere sullo stesso campo e far condividere gli stessi ambienti a 30 persone pur osservando il distanziamento previsto. E quali sono stati i risultati? «Intanto dobbiamo sapere che questo tipo di test può dare tre tipi di risultati – spiega Calemme – negativo, positivo IGG e cioè sei stato a contatto con il virus e quindi il tuo corpo ha sviluppato gli anticorpi, positivo IGM e quindi ancora anticorpi attivi. Ovviamente, in entrambi i casi, serve un tampone, cosa che noi abbiamo fatto fare a tre nostri tesserati, un calciatore e due dirigenti, perché erano risultati positivi, tamponi che poi hanno immediatamente escluso la loro positività e quindi, seppur con qualche giorno di ritardo, si sono potuti aggregare alla squadra».

Un lavoro certosino: «Beh non sono le uniche cose che abbiamo messo in campo – conferma Dario Calemme – perché poi intorno alla squadra, all’interno della struttura, ai calciatori, abbiamo dovuto creare anche le condizioni igieniche affinché gli allenamenti continuino a svolgersi in sicurezza, e non parlo di dispenser o disinfettanti perché ormai quelli fanno parte della dotazione di una società come possono esserlo i palloni». Indiscutibile, ma mentre tu parlavi io ho provato a mettere qualche numero in fila: «I costi sono esorbitanti – spiega Calemme – o per lo meno lo possono diventare. Qual è il problema vero, che noi oggi abbiamo la certezza che tutto il nostro staff è Covid free ma i nostri calciatori non vivono all’interno del centro e questo vale anche per lo staff. Quante volte lo dovremo ripetere? Perché complessivamente la società ha speso circa 1.500,00 euro, per una volta».

Allora che cosa ti senti di dire? «Intanto un appello – continua Calemme – ma non solo ai nostri atleti, a tutti, per uscire da questa emergenza serve prima di tutto un atteggiamento responsabile, positivo certo, ma senso di responsabilità nella vita di tutti i giorni. In caso contrario lo sforzo, anche economico, perché poi non dobbiamo dimenticare che tutte queste precauzioni ricadono sui bilanci delle società, saranno vanificati. Infine mi chiedo: questo protocollo che scopo ha? Risolvere un problema medico oppure di responsabilità?».

Un interrogativo a cui, almeno in questa fase pare difficile dare una risposta. La sensazione è che ci cerchi di fare un po’ entrambe le cose, ma all’italiana, un colpo al cerchio e uno alla botte. Non a caso vi è un capitolo dove a chiare lettere la Federcalcio sottolinea che non si ritiene responsabile in alcun modo delle conseguenze del protocollo. In altre parole, cari presidenti, sono cavoli vostri.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp

Altre news